Con la sentenza del 12 maggio 2022, pronunciata in causa C-719/20, la Corte di Giustizia UE ha affermato che la normativa comunitaria sugli appalti pubblici osta alla prosecuzione dell’affidamento di un servizio pubblico ad una società in house se quest’ultima ha perso tale qualificazione a causa della cessione delle quote ad un soggetto privato e ciò anche se il soggetto privato cessionario sia stato scelto a seguito di una procedura competitiva.

Secondo la Corte, «nell’ipotesi in cui un appalto pubblico sia stato attribuito, come nella fattispecie in esame, senza indizione di una gara […], l’acquisizione di detta società da parte di altro operatore economico, durante il periodo di validità dell’appalto in parola, è tale da costituire un cambiamento di una condizione fondamentale dell’appalto che necessiterebbe di indire una gara». Né modifica siffatta conclusione, secondo il Giudice europeo, la circostanza che l’acquirente sia stato selezionato «dai comuni che detengono tale società, al termine di una procedura di gara pubblica».

In definitiva, sempre ad avviso della Corte, l’affidamento potrebbe mantenersi solo se il processo di aggregazione si perfeziona esclusivamente tra società in house, e se nella compagine societaria del nuovo soggetto siano presenti anche i comuni soci della azienda ceduta.

La decisione stabilisce limiti stringenti ai processi di aggregazione che interessano le società a partecipazione pubblica e, in assenza di nuovi interventi del legislatore, rischia di porre fine alla circolazione delle relative quote, se si considera che l’interesse degli operatori privati alla acquisizione non pare poter prescindere dal contestuale affidamento del servizio