È sempre stato volutamente un uomo di parte. Schierato e divisivo ma sempre con l’onestà intellettuale legata ad una certa visione del nostro Paese, più o meno condivisibile.

Ha sempre rivendicato che la sua creatura “la Repubblica” sia stata il simbolo di un quotidiano indipendente con un editore puro a presidiare la sua imparzialità.

Nella realtà ha sempre voluto essere il capo di un partito che non aveva deputati in Parlamento ma che rappresentava un pezzo della società italiana con una visione della politica e dell’economia di stampo liberal socialista.

Già, perché il suo Dna si era formato con il fascismo (e proprio perché l’aveva conosciuto e aveva  militato come tutti i giovani di quell’epoca nelle sue file, ne era diventato un fiero oppositore: un vero antifascista “duro e puro”) ma si era poi evoluto nel Partito d’Azione e poi nel Partito Liberale e poi ancora in quella entità astratta, che in Italia ha sempre fatto fatica ad emergere, denominabile oggi come “liberal di stampo americano”. Proprio quella radice culturale e politica, quindi, in cui nacque e si sviluppò anche questa nostra testata nel primo dopoguerra.

Quando per consolidare la sua creatura e darle una prospettiva di crescita più forte, aveva ceduto insieme a Caracciolo le sue quote della società editrice al gruppo De Benedetti, molti di noi storsero il naso: ma come, ci chiedemmo: quell’alfiere dell’editoria “pura”, merce rara nel nostro Paese, si vende per un pacco di miliardi ad una casa editrice posseduta da un capitalista fortemente impegnato sul fronte industriale e finanziario?

Il grande simbolo ed esempio del socialismo liberale diventava uno dei tanti miliardari di un paese caratterizzato da forti disuguaglianze che lui stesso aveva sempre cercato di combattere?

Un tradimento difficile da cicatrizzare.

Il paradosso di questa storia fu che la Mondadori  finì, al termine della battaglia di Segrate, nelle mani di Berlusconi, proprio il suo “nemico” numero 1.

Eppure lui riuscì anche in questa impresa: non perse lettori anche se il giornale da lui fondato era finito nella mani del suo avversario politico.

D’altronde Scalfari è stato, nella sua grandezza, apparentemente pieno di contraddizioni.

Aveva una capacità di leggere la politica e l’economia unica: riusciva a raccontarcele in maniera comprensibile. Eppure tutti i suoi candidati, a qualsiasi carica, sono sempre stati sconfitti; tutti i partiti a cui lui alla vigilia di una elezione accreditava una vittoria, si vedevano “trombati” dal risultato delle urne. Se Scalfari ti dà favorito… hai perso, si diceva nei palazzi romani.

Era un profondo e consapevole intellettuale molto snob, molto narciso e molto legato ad una élite molto peculiare: eppure era così bravo a raccontarci l’attualità che si faceva apprezzare anche da quel popolo di lettori così lontani come livello culturale dai suoi valori, dalla sua competenza, dalla sua supponenza.

Ha rappresentato la sintesi dei pregi e dei difetti di quei protagonisti della “terza via italiana” tra il social-comunismo e il mondo dei conservatori: quell’élite che come dicevamo è sempre stata una minoranza.

Una voce forte, visionaria e solidale che in realtà ha sempre rappresentato una parte molto piccola dei cinquanta milioni di italiani che vivono nello “stivale”.

Personalmente, non ho mai potuto fare a meno di sorseggiare il primo caffè del mattino contrapponendo la lettura degli editoriali di Indro Montanelli e di Eugenio Scalfari.

I due grandi avversari, mai nemici anche se sempre su posizioni apparentemente molto diverse.

A mio parere i due più grandi direttori del dopo guerra che, tenendo conto, seppur con approcci diversi, dei vizi che ci caratterizzano come popolo, hanno cercato, con modalità molto personalizzate e peculiari, di  migliorare la nostra capacità di stare insieme e di costruire una società moderna, democratica, pacifica e più giusta.

Scalfari non aveva la brillantezza della penna di Montanelli, ma riusciva a sviluppare i suoi ragionamenti come un sillogismo, con il rischio che, alla fine, ti convinceva di una certa lettura politica che ti sembrava non ti fosse mai appartenuta prima.

Era un potentissimo “manipolatore” dell’opinione altrui: certo, pensandola nello stesso modo, uno straordinario esempio e riferimento per costruirsi una visione del nostro Paese attuale, moderna e fortemente polemica in senso riformista. In caso contrario Scalfari rappresentava il pensiero di un avversario da non sottovalutare. Un editore/direttore che, a prescindere dai fatti, mirava a raggiungere con la sua testata, un certo obiettivo politico. Scrivendolo, a chiare lettere e apertamente, sul suo quotidiano.

Pur avendo avuto uno straordinario intuito nel lasciare la direzione de La Repubblica molto presto (tra l’altro in un Paese in cui nessuno si dimette mai!) forse ha voluto uscire di scena (intendendosi con ciò di rinunciare a pubblicare le sue riflessioni) un po’ troppo tardi. Non voglio scusarlo, ma penso che abbia voluto rimanere aggrappato  a quella sua grande passione che aveva caratterizzato tutta la sua vita, fino all’ultimo secondo possibile.

Se ne è andato un altro pezzo di storia italiana e il vuoto di una leadership di riferimento diventa sempre più grande e sempre più pericoloso.

Ti sia leggera la terra caro Scalfari (copyright Gianni Mura, un altro grande giornalista lettore spietato dei vizi di noi italiani).

 

Foto (c) Francesca Marchi, condivisa sotto licenza CC BY-SA 2.0 (https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Eugenio_Scalfari_by_Francesca_Marchi_-_International_Journalism_Festival_2011.jpg)