Contratti di Sviluppo: uno strumento strategico per le imprese italiane

Come funzionano, chi può accedervi e perché il supporto legale fa la differenza
Nel panorama delle agevolazioni pubbliche alle imprese, pochi strumenti combinano risorse finanziarie rilevanti e flessibilità di utilizzo come il Contratto di Sviluppo. Eppure, nonostante la sua portata — oltre 10 miliardi di euro mobilitati tra il 2014 e il 2025 — rimane ancora sottovalutato, persino tra chi opera nel mondo legale e finanziario. Una lacuna che può costare cara alle imprese che non si informano in tempo.
Uno strumento pensato per investimenti ambiziosi
Il Contratto di Sviluppo nasce per supportare programmi di investimento di dimensioni significative: si parla di un minimo di 7,5 milioni di euro, con la possibilità di superare i 50 milioni attraverso la procedura accelerata dell’Accordo di Sviluppo. Le agevolazioni disponibili comprendono contributi a fondo perduto, finanziamenti a tasso agevolato e contributi in conto interessi, e si applicano a una vasta gamma di settori: dall’industria manifatturiera all’agroalimentare, dal turismo alla tutela ambientale.
Possono accedere allo strumento sia aziende italiane sia estere, di qualsiasi dimensione, singole o aggregate in contratti di rete. Le Regioni possono inoltre partecipare con cofinanziamenti per i progetti di interesse territoriale. Le agevolazioni sono concedibili fino al 31 dicembre 2030.
Le risorse disponibili sono in crescita
Il quadro finanziario si è notevolmente rafforzato negli ultimi mesi. Il decreto del Ministero delle Imprese e del Made in Italy del dicembre 2025 ha riprogrammato 3,9 miliardi di euro del PNRR verso sportelli tematici dedicati a semiconduttori, energie rinnovabili e tecnologie a basse emissioni. La Legge di Bilancio 2026 ha poi stanziato ulteriori 550 milioni per il triennio 2027-2029, portando la dotazione complessiva dello strumento — considerando tutte le risorse già attivate o programmate — vicino ai 15 miliardi di euro.
Un segnale di continuità che le imprese con piani di espansione a medio-lungo termine farebbero bene a non ignorare.
Non è riservato solo ai grandi gruppi
Un pregiudizio diffuso vuole il Contratto di Sviluppo come uno strumento esclusivo dei grandi player industriali. In realtà, la misura è aperta anche alle medie imprese, a condizione che il progetto sia industrialmente solido, finanziariamente strutturato e corredato da una documentazione rigorosa. I criteri di valutazione premiano la qualità del progetto — coerenza industriale, impatto occupazionale, sostenibilità degli investimenti — più che la dimensione dell’azienda.
L’approccio di RPLT: accompagnare il cliente lungo tutto il percorso
Affrontare un Contratto di Sviluppo senza un presidio professionale adeguato significa esporsi a rischi evitabili: iter bloccati, documentazione incompleta, tempi di istruttoria dilatati. La complessità dello strumento non è un ostacolo insormontabile, ma richiede preparazione e metodo.
Lo studio RPLT ha maturato negli anni una competenza solida su questa misura, seguendo i propri clienti — prevalentemente nei settori industriale e agroindustriale — in ogni fase del processo: dalla valutazione iniziale di fattibilità alla negoziazione con Invitalia, dalla gestione documentale alla rendicontazione finale degli investimenti.
Come spiega Claudio Elestici, partner RPLT, “La conoscenza dei criteri di valutazione e la struttura del dialogo con Invitalia rendono il processo gestibile per chi vi si approccia con adeguata preparazione professionale. I tempi possono essere lunghi e la documentazione richiesta è considerevole, ma i risultati — in termini di approvazione e di agevolazioni ottenute — ripagano ampiamente lo sforzo.”
Il team di RPLT dedicato a questi progetti opera in modo interdisciplinare, integrando competenze legali, amministrative e regolatorie e collaborando con un network consolidato di advisor finanziari, ingegneri, società di project management e commercialisti specializzati in finanza agevolata.
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